COMPARAZIONI UE

 Povera Italia senza paga
stipendi più bassi d’Europa

 di Federico Pace 

Gli stipendi italiani sono quasi una miseria. Ciascuno ne ha da tempo una sensazione chiara. La busta paga di molti non basta a quel che dovrebbe. Ora la conferma, a quella che era qualcosa di più di una sensazione, l’ha offerta Mario Draghi, il governatore di Bankitalia, che ha lanciato l’invito a fare tornare a crescere le retribuzioni. Così come accade altrove in Europa.

“I livelli retributivi – ha detto il governatore in occasione di una lezione all’Università di Torino – sono in Italia più bassi che negli altri principali paesi dell’Unione europea”. E a supporto ha fatto riferimento ai dati di un’indagine di Eurostat che confronta le retribuzioni dei paesi europei tenendo conto anche dell’evoluzione dei prezzi.

L’analisi effettuata del centro di studi statistici dell’Unione, seppure pubblicata qualche tempo fa, è la più recente comparazione dell’evoluzione degli stipendi in Europa. Prende in considerazione gli anni compresi tra il 1996 e il 2002 e si riferisce ai dipendenti dei comparti dell’industria manifatturiera. E l’Italia non ne esce affatto bene.

Dal 1996 al 2002 le retribuzioni italiane nette (colate a parità di potere di acquisto, di prestazione lavorativa e di tipologia professionale) sono rimaste al palo acuendo in qualche mondo le distanze dagli altri paesi. Nessun miglioramento di alcun tipo. Mentre infatti da noi la busta paga rimaneva “congelata”, in altri paesi le retribuzioni invece si muovevano. In Francia, Germania o Regno Unito, il potere d’acquisto degli addetti dei settori coinvolti ha avuto una andamento nettamente migliore.

Per quanto riguarda la categoria dei “single” nel 2002 la sua busta paga è rimasta a 16.426 euro. Pressoché lo stesso di quanto prendeva nel 1996, ovvero 16 mila e 393 euro l’anno. Nel Regno Unito, nello stesso intervallo di tempo si è registrata una crescita pari al 21,6 per cento. Così in Olanda (+27,3%) e in Francia (+23,4%).

Da noi ad incidere è anche il peso del cuneo fiscale che preleva ai lavoratori dipendenti una quota maggiore di quanto non accada in altri paesi europei. Secondo un’indagine Eurispes del marzo di quest’anno, gli stipendi lordi in Italia, tra il 2000 e il 2005, sono cresciuti molto meno che altrove (solo l’11 per cento) e il cuneo fiscale “appare particolarmente gravoso nel nostro Paese”. E l’Italia in questa speciale classifica viene “preceduta solo dal Belgio, dalla Svezia e dalla Germania”.

Più in particolare il cuneo fiscale, dati 2004, in Italia pesa per un dipendente senza familiari a carico per oltre il 45 per cento e per il 36,6 per cento per un lavoratore con moglie e due figli a carico.

Ma l’evoluzione retributiva in Italia non ha danneggiato solo i single. A perdere il confronto con i partner europei sono anche le retribuzioni complessive di una coppia con due figli. In questo caso a incidere su quanto finisce in tasca ai dipendenti ci sono anche le politiche di sostegno alle famiglie (strumenti come gli assegni famigliari e gli sgravi fiscali). Anche qui l’Italia ha la maglia nera. La retribuzione complessiva è cresciuta tra il 1996 e il 2002 solo del 3,4 per cento.

L’evoluzione sembra confermata anche in anni più vicini a noi. Secondo i dati Eurostat relativi agli stipendi lordi, tra il 2002 e il 2005, in Italia le retribuzioni sono cresciute solo del 5,4 per cento. Peggio di noi hanno fatto solo Germania, Polonia e Malta. La media dell’Ue a 15 è del 10,8 per cento. Più alti i valori nel Regno Unito (+10,5 per cento) e in Spagna (+6,1 per cento).

Senza contare poi che in questi anni in Italia, la disparità retributiva è cresciuta in maniera significativa. Certo non è solo un fenomeno italiano. Secondo i dati contenuti nell’Employment Outlook 2007, pubblicato a giugno di questo anno, tra il 1995 e il 2005 in 18 dei 20 paesi dell’Ocse, le retribuzioni del dieci per cento dei lavoratori pagati più profumatamente sono cresciute così da aumentatare la distanza da quel dieci per cento che rimane nel fondo della scala degli stipendi. A rimetterci quindi sono quei lavoratori che stanno all’interno dell’arena globale del mercato del lavoro con meno strumenti di altri e che rischiano di avere posizioni sempre più deboli.

Ma in Italia le cose sembrano peggiori che altrove. Solo Giappone e Regno Unito hanno mostrato un andamento simile al nostro. Da noi, dal 2001 al 2006, la proporzione tra le retribuzioni delle figure dirigenziali e quelle impiegatizie è cresciuta passando da un rapporto di tre a uno fino ad un rapporto di quattro a uno. Anche, o persino, l’Ocse ha raccomandato i governi nazionali “di fare di più per ridurre le diseguaglianze”.

A questo va aggiunto che i salari d’ingresso – come ha messo in evidenza Draghi – sono sempre più magri e i giovani nei primi anni di lavoro sono costretti ad accettare retribuzioni che difficilmente superano i mille euro mensili con contratti atipici la cui natura “flessibile” non sempre trova giustificazioni. Retribuzioni quasi mai agganciate ad alcun minimo contrattuale di categoria. Giova infine ricordare che, ad agosto 2007, erano in vigore, per la parte economica, solo il 27 per cento dei contratti nazionali mentre il 73 per cento aspettava ancora il rinnovo.

Quanto costano una coca cola e un sacchetto di Poporn nei cinema europei?

La domanda è stata posta da una giornalista irlandese al Centro Europeo Consumatori (CEC) di Dublino, non con l’intento di effettuare un vero e proprio rilevamento scientifico, bensì solo per scattare un’istantanea delle differenze di prezzo che si possono constatare tra i vari Stati dell’UE. Vista l’urgenza della richiesta il CEC irlandese ha prontamente girato la domanda agli altri CEC della rete europea ed in meno di poche ore la giornalista aveva in mano i dati che cercava (vedasi tabella).

La rete dei Centri Europei Consumatori, denominati anche euroguichets, è formata da almeno un centro per (quasi) ogni Stato membro dell’Unione Europea. Il loro compito primario è quello di tutelare il consumo transfrontaliero, informando i consumatori sui propri diritti ed assistendogli nelle controversie con ditte intra-UE. Da poche settimane il Centro Europeo Consumatori di Bolzano ha riassunto la veste di CEC Italia, dopo aver già nel 1999 assolto con successo tale compito. La struttura è organizzata dal Centro Tutela Consumatori ed Utenti di Bolzano (membro del CNCU) ed è finanziata per metà dalla regione Trentino Alto Adige e dalla Provincia Autonoma di Bolzano e per l’altra metà direttamente della Commissione Europea.

Resta ferma ovviamente la sua competenza per tutte le questioni e difficoltà incontrate dagli Altoatesini consumando oltre frontiera. Anzi, grazie all’appartenenza alla rete degli Eurosportelli le possibilità di assistenza e di tutela dei diritti in un altro Stato membro sono notevolmente aumentate. Nuova è, invece, la funzione di camera di compensazione per l’Italia all’interno del progetto “EEJ-Net”, una rete europea di centri che favoriscono la conciliazione extragiudiziale per tutte le controversie transfrontaliere tra consumatori e imprese, che non possono essere risolte semplicemente in via amichevole, ma che abbisognano di una decisione di un organo terzo imparziale.

Paese Popcorn Coca Cola Totale
Belgio (Bruxelles) 2,60 1,60 4,20
Lussemburgo (Capitale) 2,60 2,30 4,90
Francia (Lille) 3,90 2,70 6,60
Italia (Milano) 3,50 2,80 6,30
Grecia (Athene) 1,80 1,50 3,30
Austria (Vienna) 3,20 2,60 5,80
Germania (Düsseldorf) 3,40 2,60 6,00
Irlanda (Dublino) 4,00 2,50 6,50
Svezia (Stoccolma) 3,14 1,84 4,98

PENSATE SONO DATI DEL 2004 ! 

 

Benzina troppo cara in Italia

dati 2007

Fare il pieno in Italia costa di più rispetto alla media europea. Una tendenza tornata ad aumentare in questi ultimi giorni di pre-esodo estivo. La benzina verde ha fatto registrare una impennata mensile del 0,7%, il gasolio del 1,1%. Rispetto agli altri paesi europei un litro di benzina viene venduto 5 centesimi in più- Secondo le associazioni dei consumatori il caro-carburante sulla spesa delle famiglie italiane ammonta a circa 200 euro l’anno. La stessa Unione Europea ha avviato una procedura di infrazione contro l’Italia per i limiti che frenano la concorrenza nel settore. Il ministro dello Sviluppo dovrà fare luce in particolar modo sull’improvvisa impennata dei prezzi che puntualmente si registra nei giorni dell’esodo estivo e natalizio.

Ma è soltanto colpa dei petrolieri o dei benzinai? Per comprenderlo dobbiamo disaggregare le componenti del prezzo di un litro di benzina composto da:

17,75% produttori di petrolio
4,00% trasporto
3,15% raffineria
6,8% autotrasportatori
3,3% gestori e stazioni di servizio
65,0% tasse e accise

La componente principale del prezzo dei carburanti deriva pertanto dallo stesso Stato che impone un’accisa del 48,3% a cui si aggiunge il 16,7% di Iva. A ben guardare la composizione del prezzo, pur guardando positivamente a qualsiasi intervento che agevoli la concorrenza tra produttori e distributori è difficile pensare che la soluzione esuli lo Stato da una riduzione delle accise. Va infatti ricordato che le accise sul carburante rappresentano per le casse dello Stato una importante forma di entrata automatica. In altri termini, quando aumenta il prezzo del petrolio si incrementano anche le entrate dello Stato (accise) e si inasprisce la domanda privata di carburante.

E’ quindi difficile sperare che dall’incontro del 10 agosto 2007 fuoriesca qualche novità importante per gli automobilisti italiani ma soltanto un invito del governo alle compagnie petrolifere a non aumentare il prezzo in occasione degli esodi di massa .

 

 

COMPARAZIONI UEultima modifica: 2008-04-22T22:10:00+02:00da lucalcini
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